Orsetto in arrivo

domenica 30 marzo 2014

La voce della primavera


Era bellissimo! Tu pensa, un popolo che dedica il suo tempo - Mao avrebbe detto che "spreca" il suo tempo, e in parte non aveva torto - ad allevare i grilli fuori stagione per poter sentire d'inverno, quando fuori nevica, la voce della primavera. Perché il grillo dove sta? Sta al caldo, in una piccola zucca vuota, che è la sua casa, nella tasca interna della tua giacca. Il tappo è d'avorio intarsiato o a volte anche di giada, bellissimo.
Tutti questi erano i divertimenti dei manciù.
Di nuovo, la cosa che mi affascinava era che i cinesi non prendevano la prima zucca dell'orto e la mettevano a seccare. No! Quando la zucca veniva fuori dalla terra la mettevano in uno stampo d'argilla nelle cui due metà erano incisi dei simboli, così che la zucca, crescendo, premesse nei vuoti dell'incisione e quando si riaprivano le due metà lo stampo avesse impresso sulla zucca i caratteri della lunga vita o della felicità. Ma te lo immagini?
Alcune zucche invece venivano fatte crescere in forme perfettissime su cui poi venivano incisi con ferri infuocati paesaggi o scene di saggi nelle montagne. Tu, questa zucca la tenevi nella giacca e nel freddo della notte, mentre scrivevi una poesia o bevevi il tè nel tuo piccolo si he yuan, la tua casa col cortile, sentivi il cri-criii, cri-criii del grillo che ci stava dentro.

Tiziano Terzani, La fine è il mio inizio

venerdì 21 marzo 2014

Primule (la mia poesia per la Giornata Mondiale della Poesia)


               Sbocciano al tenue sole
di marzo ed al tepor de' primi venti,
folte, a mazzi più larghe e più ridenti
              de le vïole.

              Pei campi e su le rive,
a piè de' tronchi, ovunque, aprono a bere
aria e luce, anelando di piacere,
              le bocche vive.

              E son tutti esultanza
per esse i colli; ed io le colgo a piene
mani, mentre mi cantan per le vene
              sangue e speranza;

              e a dirti il dolce amore
che a te solo m'allaccia e a cui non credi,
con un palpito in cor getto a' tuoi piedi
              fiore su fiore.

Ada Negri, da Maternità (1904)

domenica 23 febbraio 2014

Alcune cose che vorrei fare, dopo. Non appena potrò.

1. Tuffarmi sul letto a pancia in giù. Dormire a pancia in giù.
2. Bere una caipirinha. Una grappina. Un nocino.
3. Mangiare l'uovo sbattuto con lo zucchero la domenica mattina. Mangiare un piatto di carbonara. Leccare il residuo di una ciotola prima di mettere la torta in forno.
4. Andare al ristorante giapponese e mangiare sushi.
5. Fare una lunga passeggiata.
6. Usare la bicicletta.
7. Andare a Milano in auto.
8. Prendere il treno.
9. Mangiare formaggi muffosi e una mattonella di gorgonzola con noci e mascarpone. Mangiare una fetta di pandoro con la crema al mascarpone.
10. Mangiare un panino con la coppa, uno con il salame, uno con il prosciutto crudo, la pancetta, il lardo, il culatello.
11. Prendere in braccio le mie nipoti.
12. Tuffare le mani nella terra.
13. Saltare. Correre.
14. Volare.

martedì 7 gennaio 2014

Il raffreddore bisogna solo lasciarlo passare.

 
Queste pagine, che ho letto l'anno scorso nel libro Dialogo del silenzio di Itsuo Tsuda hanno cambiato completamente il mio rapporto con il raffreddore. Tsuda, riprendendo gli insegnamenti di Noguchi, dedica, nel libro, ben tre capitoli al raffreddore.

"(...) il raffreddore non è una malattia da guarire, ma una funzione naturale dell'organismo che gli consente di rimettersi in sesto da solo. Se è la natura che fa il suo lavoro, la cosa migliore è lasciarla lavorare. È molto semplice. Quello che succede in realtà è proprio il contrario. Si fa di tutto per impedire alla natura di fare il proprio lavoro. (...) Secondo Noguchi, il raffreddore non è un'affezione generale del corpo, ma una distorsione che colpisce localmente un particolare sistema organico. Si prende il raffreddore quando il cervello è stato sottoposto ad un sovraffaticamento cerebrale. Si prende il raffreddore quando si è mangiato troppo sovraccaricando il sistema digestivo. Ad ogni modo, quando un sistema organico lavora troppo in rapporto all'insieme dell'organismo, quando c'è una fatica localizzata, si prende il raffreddore. Il raffreddore è quindi il risultato di una certa attività eccessiva dell'uomo, che provoca la perdita di elasticità muscolare nella parte affetta e di conseguenza lo squilibrio, indotto da questa perdita, nella postura. (...) Dopo il decorso del raffreddore che colpisce la parte interessata, in ciascun individuo, questa parte si sbarazza della stanchezza localizzata e recupera la propria elasticità.
E il virus? Non abbiamo nessuna ragione di trattarlo da nemico, se ci serve ad innescare il processo.
Noguchi si indignava per il fatto che noi prendiamo il raffreddore alla leggere e che ignoriamo completamente la sua utilità. Interrompendo il processo naturale di recupero, si mantiene inalterata la rigidità del corpo che si accompagna in genere alla rigidità dello spirito.
(...) Il raffreddore è una delle chiavi più importanti dei problemi della salute nell'uomo. Se si è capaci di trattare il raffreddore, si è capaci di trattare tutti gli altri problemi della salute.
Ogni problema ha un domicilio fisso, mentre il raffreddore è un vagabondo. Se si arriva ad afferrarlo, a localizzarlo, il resto è facile: si deve solo chiedergli di fare il lavoro che gli è assegnato, vale a dire, sensibilizzare il corpo, rivitalizzare il punto di fatica, recuperare l'equilibrio, normalizzare il terreno e rimetterlo a nuovo.
È altrettanto difficile che cercare di telefonare a qualcuno che cambia costantemente di numero. Telefonare, non è un lavoro difficile, ma bisogna sapere a quale numero.
Le persone apatiche non prendono il raffreddore. Sono come insetti giganti presi nel catrame. Possono agitare quanto vogliono le zampe, ma sono incapaci di prendere il volo o di togliersi di lì. Non sono in uno stato che permetta di dispiegare tutte le loro capacità. Si muovono quando ci sono degli imperativi, ma non sono capaci di decidere niente in prima persona."
Itsuo Tsuda, Il dialogo del silenzio. Scuola della Respirazione

sabato 4 gennaio 2014

Una coperta per tenerlo al caldo.

Come forse qualcuno di voi già sa, tra qualche mese in questa famiglia arriverà un bambino. Non sappiamo ancora come si chiamerà, non ce l'ha ancora rivelato, ma sappiamo al cento per cento che sarà maschio. Stiamo cercando, a fatica, di svuotare un po' la casa, per fargli spazio. La nostra casa stipata di libri, carte, foglietti e cianfrusaglie. Un po' lentamente, ma ci stiamo riuscendo.
Tra le tante cose che stiamo facendo nell'attesa, c'è anche una coperta, nella tradizione del Bai Jia Bei, di cui ho letto per la prima volta su questo blog, qualche anno fa. Una coperta patchwork fatta di tanti riquadri di stoffa quanti ne verranno donati da amici e parenti, e da tutti quelli che vogliono dimostrare affetto al nuovo arrivato, dargli calore, trasmettergli energie positive e proteggerlo per tutta la vita.
Ho cominciato a raccogliere queste stoffe molto tempo prima che il Piccolo ci fosse, qualche anno fa, appunto, perché era già nato nel mio cuore e nella mia testa e sono grata a tutti quelli che mi hanno donato una stoffa partecipando a un desiderio che ancora non era realtà (ma forse a volte i desideri sono anche più forti della realtà).

Bai Jia Bei significa "da cento famiglie", e la coperta dovrebbe essere composta da cento riquadri, ma alla fine verrà fatta da quanti ne avremo. Al momento siamo a quota ventitré, e chiuderemo la raccolta a metà febbraio, per dare ad Anna il tempo di cucire tutte le stoffe insieme (Anna, che oltre a cucire le stoffe sa anche cucire insieme le parole... per chi non la conoscesse, è questa qui). Quindi, se volete anche voi contribuire, memorizzate la data

Qui di seguito le istruzioni:
1. scegliere e ritagliare un riquadro di stoffa di cotone 100% delle dimensioni di 25 cm. per 25 cm. (per consentire di cucirlo ad altri analoghi riquadri di stoffa) che in qualche modo vi rappresenti e rappresenti l'augurio che volete fare al bambino a cui è destinato;
2. scrivere un biglietto di auguri per il bambino in arrivo, inserendo nel biglietto un pezzettino della stessa stoffa, in modo che il riquadro possa essere individuato.
3. Chiedermi in privato (a lore.pozzi@gmail.com) l'indirizzo di casa per l'invio via posta, o chiamarmi al telefono (per chi ce l'ha) per concordare la consegna a mano, con caffé offerto dalla sottoscritta.
È tutto, vi terrò aggiornati!



mercoledì 1 gennaio 2014

Buon anno!

Tutti gli anni ricevo gli auguri di Santiago Montiel. Santiago Montiel è un illustratore argentino che vive in Francia, che mi ha fatto conoscere circa sette anni fa la mia amica argentina, Marialaura, e con cui ho collaborato ad alcuni lavori.
La sua illustrazione quest'anno la trovo magica, e voglio condividerla con voi.
Una piccola baita su una sperone di roccia innevato (tra l'altro questa sperone assomiglia molto al profilo di una balena).  In quella baita, ci sono io, e c'è l'Orso. Ci siamo arrivati dopo una lunga camminata durata anni. Sapevamo che ci saremmo arrivati, e che ci saremmo arrivati insieme. Adesso sulla baita, è giusto annunciare, senza risparmiarsi, con una grande, enorme insegna, che il 2014 sarà un anno luminoso, ma che è proprio da questa piccola baita, isolata e faticosa da raggiungere, che siamo riusciti a vedere l'immensità del cielo stellato e dell'universo.
Felice 2014 a tutti!

mercoledì 27 novembre 2013

Presentazione.


Allora, insomma, Julie è abitata?
C'è un piccolo qualcuno in Julie?
Un altro frutto della passione?
Nascerà?
Si tufferà?
Scenderà un giorno in strada?
Passerà davanti alle edicole?
Si beccherà l'opera in quadricromia della vita?
L'ottimismo amoroso ha scherzato una volta di più con il nulla?
Percosse e lesioni senza intenzione di dare la vita?
Cadrà dal niente nel peggio?
Un frutto nudo precipitato nelle mandibole del mondo...
In nome dell'amore! Il grande Amore!
E il resto del tempo cercherà di capire...
Si costruirà: un'impalcatura di illusioni sulle fondamenta del dubbio, i muri nebulosi della metafisica, l'arredo perituro delle convinzioni, il tappeto volante dei sentimenti...
Metterà radici nella sua isola deserta mandando patetici segnali alle navi di passaggio.
Sì... e passerà lui stesso al largo delle altre isole.
Andrà alla deriva...
Mangerà, berrà, fumerà, amerà, penserà...
E poi deciderà di mangiare meglio, di bere meno, di non fumare più, di evitare le idee, di mettere da parte i sentimenti...
Diventerà realista.
Darà consigli ai suoi figli. Ci crederà un po', giusto per loro.
E poi non ci crederà più.
Ascolterà solo più le proprie tubature, terrà d'occhio i propri bulloni, moltiplicherà gli spurghi,
nella sola speranza di durare ancora un po'....
Durare...
Fino alla fine, spererà in un seguito...
...
Come i bambini...
"Il seguito!"
"Il seguito!"

Il seguito, il seguito...
La cosa tragica, con gli sbarbati, è che pensano che tutto abbia sempre un seguito.
Il mio seguito è l'altro piccolo me stesso che si prepara a darmi il cambio nel grembo di Julie.

Com'è bella una donna in quei primi mesi in cui ti fa l'onore di essere in due!

Ma, santo Dio, Julie, pensi che sia ragionevole? Lo pensi davvero, Julie? Sinceramente... eh? E tu, stronzetto, pensi proprio che sia
il mondo,
la famiglia,
l'epoca giusta in cui atterrare?
Non sei ancora qui e già frequenti cattive compagnie!
Senza un briciolo di buon senso, proprio come tua madre, la "giornalista del reale"...

Daniel Pennac, Ultime notizie dalla famiglia

mercoledì 23 ottobre 2013

Le prigioni del Principe Limone

Le libraie Sommaruga mi hanno ricordato che oggi è il compleanno di Gianni Rodari, e lo vorrei festeggiare con questo brano, che parla anche un po' di cose attuali.

***
In breve: Cipollone fu condannato a stare in prigione per tutta la vita, anzi, fin dopo morto, perché nelle prigioni del Principe Limone c'era anche il cimitero.
Cipollino lo andò a trovare e lo abbracciò:
- Povero babbo! Vi hanno messo in carcere come un malfattore, insieme ai peggiori banditi!
- Figlio mio, togliti quest'idea dalla testa - gli disse il babbo affettuosamente. - In prigione c'è fior di galantuomini.
- E cos'hanno fatto di male?
- Niente. Proprio per questo sono in prigione. Al Principe Limone non piace la gente per bene.
Cipollino rifletté un momento e gli parve d'aver capito.
- Allora è un onore stare in prigione?
- Certe volte sì. Le prigioni sono fatte per chi ruba e per chi ammazza, ma da quando comanda il Principe Limone chi ruba e ammazza sta alla sua corte e in prigione ci vanno i buoni cittadini.
- Io voglio diventare un buon cittadino - decise Cipollino - ma in prigione non ci voglio finire. Anzi, verrò qui e vi libererò tutti quanti.
In quel momento un Limonaccio di guardia avvertì che la conversazione era finita.
- Cipollino - disse il povero condannato - tu adesso sei grande e puoi badare ai fatti tuoi. Alla mamma e ai tuoi fratellini ci penserà lo zio Cipolla. Io desidero che tu prenda la tua roba e te ne vada per il mondo a imparare.
- Ma io non ho libri, e non ho soldi per comperarli.
- Non importa. Studierai una materia sola: i bricconi. Quando ne troverai uno, fermati a studiarlo per bene.
- E poi che cosa farò?
- Ti verrà in mente al momento giusto.
Gianni Rodari, "Schiaccia un piede Cipollone al Gran Principe Limone", in Tante storie per giocare

sabato 28 settembre 2013

Il sonno dei siciliani


"Il sonno, caro Chevalley, il sonno è ciò che i Siciliani vogliono, ed essi odieranno sempre chi li vorrà svegliare, sia pure per portar loro i più bei regali; e, sia detto fra noi, ho i miei forti dubbi che il nuovo regno abbia molti regali per noi nel bagagliaio. Tutte le manifestazioni siciliane sono manifestazioni oniriche, anche le più violente: la nostra sensualità è desiderio di oblio, le schioppettate e le coltellate nostre, desiderio di morte; desiderio di immobilità voluttuosa, cioè ancora di morte, la nostra pigrizia, i nostri sorbetti di scorsonera o di cannella; il nostro aspetto meditativo è quello del nulla che voglia scrutare gli enigmi del nirvana. Da ciò proviene il prepotere da noi di certe persone, di coloro che sono semi-desti; da ciò il famoso ritardo di un secolo delle manifestazioni artistiche ed intellettuali siciliane: le novità ci attraggono soltanto quando le sentiamo defunte, incapaci di dar luogo a correnti vitali; da ciò l'incredibile fenomeno della formazione attuale, contemporanea a noi, di miti che sarebbero venerabili se fossero antichi sul serio, ma che non sono altro che sinistri tentativi di rituffarsi in un passato che ci attrae appunto perché è morto."
Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo 

giovedì 22 agosto 2013

Prima o poi l'amore arriva.

illustrazione di Kristina Swarner
A un passaggio a livello
lontano dal mondo
un giorno d’agosto assolato
un capostazione annoiato
vide a un finestrino
di un accelerato
una signora bruna
e più non lavorò
passava le serate
a guardare la luna
e i treni si scontravano
ma lui non li sentiva
prima o poi l’amore arriva.

Stefano Benni

giovedì 1 agosto 2013

Principi e principesse.

«Lo sai Emma che domenica è il compleanno di Giorgio?»
«Gli regaliamo un costume da principe così lo sposo?» Emma, 3 anni e sette mesi

mercoledì 31 luglio 2013

Libri.

«Zia tu sei adorosa di libri!»
«Eh?»
«Sei piena di libri! Sempre libri, solo libri. Un giorno ti porto con me a comprare qualcos'altro».
Emma, 3 anni e 7 mesi.

martedì 30 luglio 2013

Viaggi.

«Zia, non voglio che vieni in Sicilia»
«Ah no? Allora andrò da un'altra parte!»
«No. Tu e lo zio dovete stare a casa»
«!!!!»
«Dovete stare a casa a curare i miei libri»
Emma, 3 anni e 7 mesi

lunedì 29 luglio 2013

sabato 20 luglio 2013

Scrivere un romanzo di ottantamila parole

 

"Scrivere un romanzo, ho detto una volta, è più o meno come montare con i mattoni i del Lego tutte le catene montuose d'Europa. O costruire un'intera Parigi, case piazze viali torri sobborghi, sono all'ultima panchina di un parco, usando solo fiammiferi e mezzi fiammiferi.
Per scrivere un romanzo di ottantamila parole bisogna prendere, cammin facendo, circa un quarto di milione di decisioni: non solo sull'andamento dell'intreccio, su chi vivrà e chi morirà, chi amerà e chi tradirà e chi diventerà ricco o andrà in rovina e sui nomi dei personaggi e le loro facce e le loro abitudini e il loro mestiere, e su come suddividere in capitoli, e sul titolo del libro (sono le decisioni facili da prendere, quelle categoriche); non solo quando dire e quando occultare e che cosa viene prima e che cosa viene dopo e che cosa svelare fin nei dettagli e che cosa solo per allusione (anche queste sono decisioni semplici). Bisogna soprattutto prendere miriadi di decisioni sottili, come ad esempio se mettere lì, nella terza frase verso la fine del brano, blu o celeste? O azzurro? O magari celeste a scuro? O azzurro cenere? E questo azzurro cenere, poi, va scritto già all'inizio della frase? O non è meglio spanderlo solo alla fine della frase? O in mezzo? O lasciarlo invece come una frase brevissima a sé stante, un punto davanti e un punto e una nuova riga dietro? O no, forse è meglio che questo colore sia intinto nella corrente di una frase lunga e composita, articolata e fitta di termini? Forse invece conviene proprio scrivere in quel punto solo tre parole, "luce della sera", senza tingere quella luce della sera di alcun grigio celeste o azzurro cenere?" 
Amos Oz, Una storia di amore e di tenebra

martedì 9 luglio 2013

Scrivere è un mestiere.


Non occorre essere o sentirsi un mostro per esigere ogni tanto due o tre ore di assoluta tranquillità. L'orario dovrebbe diventare un'abitudine, e l'abitudine, come la scrittura stessa, un modo di vivere. Dovrebbe diventare una necessità; allora si potrà lavorare, e si lavorerà sempre. È possibile pensare per tutta la vita come uno scrittore, voler essere uno scrittore, eppure scrivere di rado, per pigrizia o per mancanza di abitudine. Persone così possono scrivere mediamente bene, quando ci si mettono - spesso scrivono tantissime lettere - e magari vendono anche qualcosa, ma non è detto. Scrivere è un mestiere e richiede una pratica costante.
«Dipingere non è questione di sognare, o di essere ispirati. È un lavoro manuale, e ci vuole un buon artigiano per farlo bene». Lo ha detto Pierre Auguste Renoir e credo valga la pena ricordare questa frase, di un artista e di un maestro.
E Martha Graham, sull'arte della danza, ha detto: «È una curiosa combinazione di abilità, intuito e direi spietatezza -  più quell'intangibile meraviglioso che si chiama fede. Se non avete questa magia potete fare una cosa bella, potete fare trentadue fouettés, e non conta niente. Credo che questa cosa nasca dentro di voi. È qualcosa che si può estrarre da alcuni, ma non instillarla, non la si può insegnare».
Renoir parla del mestiere, Martha Graham del talento, del genio. Le due cose devono andare di pari passo. Il mestiere senza talento non ha gioia né sorprese, niente di originale. Il talento senza mestiere - be', come farà il mondo ad accorgersene?
Grandi musicisti, scultori o attori hanno detto cose simili a quelle citate, perché tutte le arti sono una, tutti gli artisti hanno dentro uno stesso nucleo, ed è soltanto il caso a determinare se un artista diventerà musicista, pittore o scrittore. Ogni arte si basa su un desiderio di comunicare, un amore per la bellezza, un bisogno di creare ordine dal disordine.
Patricia Highsmith, Come si scrive un giallo


giovedì 4 luglio 2013

La signora delle carte.


La signora ripete spesso «Calma e sangue freddo». È il suo modo per affrontare il mare di carte nel quale sta affogando. La signora è ossessionata dal tenere traccia di tutto. Ho provato a spiegarle che il computer ha una sua memoria, ci pensa lui, ma è anziana, e non si fida. Così stampa tutto, tutte le mail che arrivano, tutti i documenti. Tutto. A volte anche due volte lo stesso documento.
«Bisogna fare ordine», dice.
Ho provato a spiegarle non solo l’impatto ambientale della sua azione stampatrice, ma anche l’inutilità della stessa. Ma non mi ascolta, o forse non mi crede. È anziana, e crede solo a quello che può toccare con mano: la carta. Non crede che il computer possa essere già di per sé un archivio.
È così ossessionata dall’ordine, che passa le giornate stampando e impilando foglietti, post-it gialli rosa e arancio, appunti presi a mano e carte, etichettando e inserendo tutto in faldoni di colori diversi. Faldoni che si accumulano sugli scaffali, e che lei dimentica il giorno dopo averli fatti, faldoni che apre passandone in rassegna il contenuto con scrupolo, leggendo e rileggendo ad alta voce, faldoni che disfa e rifa in modo diverso. 
La sua ossessione di ordine genera disordine che si ricompone in ordine (momentaneo) per poi esplodere di nuovo, una miriade di coriandoli colorati sparsi per la stanza.
E si riparte da capo. Bisogna fare ordine. Calma e sangue freddo. 
Lo dico io. Con questo caldo.

martedì 2 luglio 2013

Plumcake al limon.

Se c'è una cosa che mi manda in bestia è svegliarmi la mattina e non avere niente per colazione. Succede quando manca il caffè, o lo zucchero, o i biscotti, o le brioches, o qualsiasi cosa mi faccia iniziare la giornata. Perché senza colazione la mia giornata non parte e sicuro che qualcosa va storto. In quelle occasioni succede che a volte mi decido a far colazione fuori, anche se la colazione al bar dev'essere un piacere e non un ripiego. E poi quando mi sveglio, prima di qualsiasi cosa, io devo riempire lo stomaco.
Così ieri sera, a mezzanotte meno un quarto, dopo essermi ricordata che erano tre giorni che io e l'Orso sgranocchiavamo avanzi di biscotti secchi e che per la disperazione avevo pure assaggiato cantuccini avanzati  e scaduti al sapore di vomito, ho consultato l'app di Giallozafferano, cercando una ricetta che non mi tenesse sveglia fino alle quattro del mattino, e ho trovato questa, ho controllato di avere gli ingredienti, miracolosamente li avevo (avevo persino i semi di papavero!), mancava solo un uovo, ho pensato Un uovo non fa la differenza, ho letto Colagrande mentre il plumcake cuoceva nel forno (che Colagrande ti fa davvero compagnia) e stamattina ho fatto una degna colazione.


lunedì 1 luglio 2013

L'ingombro.


Lo scrittore Veronesi dice che la scuola di scrittura serve proprio a questo, a liberarti, mentre scrivi, di tutti quegli ingombri che fan parte della tua storia personale o del tuo temperamento, della tua cultura o del tuo momento presente; quegli ingombri che magari ti sembrano utili dal punto di vista dell'ispirazione creativa letteraria, ma invece, dice lo scrittore Veronesi, t'intrappolano nelle reti del dilettantismo. Insomma, per riprendere l'esempio della cena degli scrittori sulle colline modenesi, gli ingombri sono delle specie di blocchi intestinali. 
Il lavoro principale dello scrittore, dice Sandro Veronesi, deve essere quello di tenere pulito il proprio potenziale, che, dico io, è come dire il proprio intestino. E gli ingombri sono quelli che impediscono allo scrittore di spingersi fino al proprio estremo limite. Sul punto richiamo tutti i temi semantico-idraulico-evacuativi trattati nel paragrafo della tubatura, limitandomi ad aggiungere che la liberazione dall'ingombro, secondo lo scrittore Veronesi, è quello che distingue il professionista dal dilettante.
E qui il discorso prosegue come se lo scrittore Veronesi rispondesse a tante domande immaginarie. Tipo: secondo te (è una domanda immaginaria, perché Veronesi dà già la risposta) lo scrittore che traduce in letteratura il suo personale vento di sofferenze e tribolazioni è dilettante o professionista?
Mah, risponderei con voce incerta, in linea di massima direi che uno così è abbastanza professionista. Sbagliato, è dilettante. Il professionista quando soffre smette di scrivere, il dilettante quando soffre comincia a scrivere. Cioè, il professionista lotta e si oppone al vento delle sofferenze e delle tribolazioni e poi dopo, una volta risolto il conflitto, magari vincendo o perdendo, comincia a scrivere. Il dilettante invece brum!, dice Veronesi, becca al volo questo flusso di merda - che nell'universo veronesiano rappresenta le sofferenze -  e per terapia o consolazione, si mette a scrivere. Riprendendo la metafora di prima, il dilettante scrive trattenendo l'ingombro, che anche da un punto di vista fisiologico non va bene, che son tutti veleni nell'organismo, il professionista evacua l'ingombro e poi scrive.
Altra domanda immaginaria: scrive di più un dilettante o un professionista?
Mah, direi io, non so se anche qui c'è dietro il trabocchetto, ma mi sembra che scriva di più il professionista. Sbagliato, il dilettante. E a scrivere guadagna di più il dilettante o il professionista? E qui mi gioco una palla se è giusta la prima, che vien da dire che un professionista che guadagna meno di un dilettante non dico che è sfigato patocco ma sicuro è messo un po' male a livello professionistico, quindi direi il professionista. No carino, sbagliata anche questa. Guadagna di più il dilettante, che stiam parlando di scrittori, mica di geometri, non puoi applicare le stesse categorie logiche e tariffarie. 
E poi, ultima domanda: fa' conto di vedere due attori, uno che recita a memoria e uno che recita leggendo, qual è dei due l'attore professionista?
Paolo Colagrande, Fìdeg